venerdì 24 febbraio 2012

l'orchidea


Le costruirono attorno un muro
perchè la preservasse dal vento




Le costruirono attorno un muro
perchè la preservasse dal vento
e dal calpestio distratto
di chi non ha tempo per la bellezza.
Quel muro a volte dall'aspetto impenetrabile
altre raggiante di mille frasi colorate
che riflettevano l'aspirazione all'eterno.
L'orchidea si ergeva al suo interno,
disarmatamente splendida nei suoi tenui colori
celata al mondo per quella pretesa di fragilità
che non trovava riscontro nelle forti radici.
La vidi un giorno per caso,
da una crepa immediatamente richiusa.
E m'accorsi che il suo profumo
riusciva a insinuarsi oltre quelle mura
confondendo i rapidi passanti
che tuttavia non sembravan chiedersi
come potesse un muro di cemento
esalare tale bellezza.
Quel muro odiato e inutile
che ti celava ai miei occhi.
Quel muro amato e necessario
perchè non ti calpestassero.
Quel muro irto di rocce
ai cui piedi mi piaceva sedermi
quando soffiava il vento.
Se ami l'orchidea
non rifiutarti d'amare ciò che le hanno costruito intorno.
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martedì 14 febbraio 2012

a una persona molto, molto speciale



Molti vedono in te solo il ghiacciaio
ma tu sei il vulcano e la neve.
Hanno ereditato splendidi giardini
che suscitano meraviglia in chi li osserva.
Tu hai dovuto arare la terra brulla,
imparare a trapiantare ogni singolo fiore,
combattere col gelo e la siccità
ma il tuo giardino è per i distratti bello come i loro.
Sei la tempesta e la brezza estiva,
gli altri strepitano e tu resti posato
sorridendo delle loro umane debolezze.
I tuoi occhi chiari sono limpidi,
non turbati dal fango della menzogna,
il tuo tocco sulle corde è a volte quasi impercettibile
altre deciso come il tuono
ma scuoti sempre l'anima di chi t'ascolta.
Sei la compassione ed il perdono
il petto sul quale rifugiarsi
non esiste essere che abbia mai potuto dimenticarti.
Sei la montagna difficile da scalare
che brilla nel sole dell'aurora
sei colui al cui tocco
ogni cosa sarà benedetta.
Tutti parlano dei loro meriti e delle loro grazie
ma chi, chi sarà mai paragonabile a te?
Gli altri son splendide gemme che risplendono di luce.
Ma tu, tu sei l'arcobaleno.
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martedì 6 dicembre 2011

T'amo di furia e di dolore


T'amo di furia e di dolore,
di vulcani attivi
colla sommità tracotante di neve


T'amo di furia e di dolore,
di vulcani attivi
colla sommità tracotante di neve
che attendono la schiusa delle uova
dei rapaci
per poter far esplodere
la furia che trattengono.
T'amo di settima dominante finale
che lascia in gola il grido
della tonica stuprata
t'amo d'aironi volanti
e di schiumose maree
che con la tempesta
disegnano la battigia,
che rendono le barche orfane
ancora più belle.
T'amo di rasoio e di miele
che rende indolore il taglio della lama
di albe infuocate e di sigarette spente
celate in fondo a un cassetto
di grappa ambrata e di sapor di terra
t'amo di mancanza e di furore
di palpiti stipati
in centottanta caratteri
di carezze regalate al vento
sperando soffi sul tuo volto

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lunedì 7 novembre 2011

L'ordine


Le carte da sistemare avevano in sè il triste presagio della necessità di un ordine, di qualcosa che potesse trovare un suo ben definito spazio nel caos universalmente brillante

Le carte da sistemare avevano in sè il triste presagio della necessità di un ordine, di qualcosa che potesse trovare un suo ben definito spazio nel caos universalmente brillante che da sempre caratterizzava quella che in linguaggio universale gli altri avrebbero chiamato la sua vita, ma che a lei sembrava non essere altro che un continuo cambio di scena della stessa commedia, recitata giorno dopo giorno, della quale non si riusciva a intravedere neanche distrattamente una conclusione logica.
L'ordine. Chi lo aveva inventato doveva esser stato qualcuno con pochissima fantasia e con gravi problemi. Qual era il suo senso? Come si poteva trovare una sistemazione logica a quel fiume di sassi e pepite d'oro che ogni giorno lambiva le sue cosce portando la frescura nelle afose notti estive, quando i grilli cantavano fino allo stordimento la loro malinconica nenia della bella stagione che presto sarebbe volata via? No, non esisteva l'ordine. Perchè questo strano concetto, frutto di una razionalità che le apparteneva quanto un gatto possa mai appartenere al suo padrone, fosse così ammirato e quasi idolatrato le sfuggiva. Riteneva, non senza un certo orgoglio narcisistico, che la sola idea di mettere in ordine qualcosa fosse un modo di celare per bene ciò che non si desiderava fosse palese agli occhi altrui. L'aveva sempre inteso così. Non era un modo per ritrovare facilmente le cose. Del resto, quelle che amavamo di più erano sempre in qualche posto dal quale erano facilmente rintracciabili. E delle altre... beh, a chi importava? L'ordine apparteneva per lei a quella serie epilettica di azioni che si compiono per essere ben giudicati dagli altri. L'aveva sempre concepito come un'ipocrisia, come una mancanza assoluta di sicurezza che portava a mettere in mostra quanto di più bello si aveva in casa, relegando negli sgabuzzini chiusi a chiave ciò che avrebbe classificato la nostra vita come ordinaria agli occhi altrui. Tutti tenevano in salotto i libri dalle copertine rilegate in pelle e oro e celati in qualche oscura cesta i quaderni di scuola dalle copertine incise di cuori dedicati a improbabili iniziali la cui memoria si era persa. Tutto ciò era patetico. Forse persino immorale. C'era dell'etica nel mostrare le lenzuola ricamate accanto agli stracci.
Non aveva mai ritenuto che l'essere umano, a parte rare, mitologiche eccezioni, fosse qualcosa di assolutamente puro e sublime. No, erano esseri timidi e caparbi, concentrati perennemente nell'unico, assillante pensiero di prevaricare sugli altri, di dimostrare di essere migliori di ciò che erano. La cosa buffa era che ognuno era assolutamente consapevole della propria, meschina umanità che li portava a visitare la stanza da bagno più volte in un giorno, a piangere per inezie assolutamente inutili, a essere tremendamente vulnerabili di fronte a situazioni che i più avrebbero liquidato come spot pubblicitari durante la finale dei mondiali. Ma ciò non importava loro. Ciò che a loro importava era che gli altri li vedessero come eroi capaci di respingere ogni attacco nemico, come blocchi di marmo sui quali la pioggia scivolava via senza apportare il minimo graffio. La cosa buffa era che erano tutti uguali, ma ognuno era convinto che l'altro fosse diverso da sè. Vivevano come vasetti di murano circondati da mura di granito chiedendosi continuamente perchè il loro cristallo tremasse a ogni minimo movimento e quello degli altri no.
Come potevano essere così ciechi? Come si poteva essere così esperti nel sapere quale punto colpire per rompere il vaso senza avere la consapevolezza che questo avrebbe mostrato che era solo l'esperienza propria a indicare lo spazio preciso?
Lei aveva distrutto le sue mura tanti, tanti anni addietro. E ciò spaventava. Perchè era illogico, al confine con quella che chiamavano pazzia. Come fosse possibile restare in bella mostra coi frammenti di pietra distrutta attorno a quel vaso che vibrava continuamente era per loro un mistero. Come si potesse non restaurarlo ogni giorno per renderlo più brillante un altro.
Questo era ciò che in lei faceva paura al mondo. Il fatto che fosse ufficialmente consapevole delle fragilità racchiuse da quei blocchi pesanti di granito che gli altri si portavano dietro. Non solo ne era consapevole, ma aveva anche il cattivo gusto di parlarne. No, no, era una pazza. Era follia acuta esporre alle intemperie il proprio cristallo. Si sarebbe frantumato in mille scheggie al primo eco di tempesta. Ma ciò alla fine era quello che loro importava meno. Tutti avrebbero visto quella devastazione. Era questo che li portava a star male. A scappare da chi aveva abbandonato le armature e danzava nel vento incurante della pioggia e degli acari. A chi aveva gettato alla rinfusa tutto sopra ogni superficie disponibile senza alcun interesse a disporlo in modo logico.
Guardò le carte e le appoggiò distrattamente da qualche parte. L'ordine. Rise al sentire il suono di questa parola e le sembrò che il canto dei passeri aumentasse di intensità, quasi a dirle che aveva ragione
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mercoledì 2 novembre 2011

La ciotola di riso


Chi offre tutto, nonostante sia poco, è più meritevole di chi offre molto? Una leggenda narra che un giorno si presentarono contemporaneamente davanti al Buddha un re, che portava in offerta ceste colme d'oro e di pietre preziose, e una donna. Costei probabilmente era una mendicante, e non aveva altro da offrire all'Illuminato che una ciotola di riso.
Immaginate quella donna. Immaginate di prendere tutto ciò che possedete, ciò che vi sarebbe utile, qualcosa che è indispensabile se non al vostro sopravvivere quantomeno al vostro star bene. Immaginate, con estremo amore e generosità di prenderlo e portarlo in dono a chi amate. E immaginate che contemporaneamente a voi arrivi un altro, qualcuno che può permettersi di donare le cose più preziose che esistono su questa terra. Credo che tutti siamo in grado di capire come potè sentirsi quella donna. Umiliata. Inutile. Ma il Buddha le sorrise, e accettò la sua offerta. Perchè lei aveva portato tutto. Il re aveva portato il superfluo, quasi ostentando il suo poter donare, il suo essere in grado di offrire beni materiali, di assicurare che grazie a lui non sarebbe mai mancato non solo il necessario ma neanche il superfluo.
Quante volte ci siamo sentiti così? Quante volte siamo giunti davanti a qualcuno offrendo tutto quello che avevamo sapendo che era poco, troppo poco? E vedendo ciò che offrivano gli altri ci siamo sentiti inutili, ridicoli nella nostra piccola offerta. Diceva una frase che circolava sui diari quando andavo a scuola "Ho solo il mio cuore e te lo dono. Non posso donarti altro". Immagino quella donna. Immagino quali siano stati i suoi sentimenti. E' una sensazione che ho avuto spesso. Sembra sempre che gli altri possiedano più di noi. Che gli altri possano permettersi di regalare cose che non avremo neanche tra mille anni. E' una brutta sensazione. Ci si sente inutili. Si arriva al considerarsi ridicoli e a schermarsi il viso per non mostrare la nostra umiliazione. L'umiliazione. Vi è un sentimento peggiore di questo? Che ti fa desiderare di scomparire dalla faccia della terra, di diventare all'istante un soffio di vento confuso nella tempesta affinchè gli altri non possano additarti e ridere di te e delle tue pretese. Tu, con una misera ciotola di riso. Credevi sul serio fosse un dono che qualcuno avrebbe preso sul serio?
Dall'altra parte oro. Oro e gemme. Quanto di più prezioso la terra può offrirti. La promessa di una vita senza pensieri, senza alcuna mancanza. La sicurezza di poter avere tutto ciò che si desidera. Chi potrebbe mai rifiutarla?
Cos'è più ammirevole? Chi dona tutto ciò che ha o chi ci promette una vita mirabilante, piena dell'inutilità del superfluo?
Forse è un post inutile. Sicuramente non cambierà il mondo. La prima riflessione che viene spontanea è che quella donna portò la sua offerta all'Illuminato, e non a un uomo qualsiasi.
Ma spero anche possa essere un messaggio di speranza. Chi rifiuta ciò che gli offriamo perchè lo considera poco o banale probabilmente non lo merita. E quindi forse è bene offrirlo a qualcun altro.
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lunedì 3 ottobre 2011

Perchè l'amore finisce (Anedonia, cap. 5)


Perché l'amore finisce? È giusto dire che finisce o dovremmo presupporre che nel momento stesso in cui lascia i nostri cuori e le nostre anime ci dia chiara dimostrazione di non essere mai esistito?


Perché l'amore finisce? È giusto dire che finisce o dovremmo presupporre che nel momento stesso in cui lascia i nostri cuori e le nostre anime ci dia chiara dimostrazione di non essere mai esistito? Ci si illude di essere innamorati per dimostrare a noi stessi che ne siamo degni o è sul serio tutta una faccenda di casualità che fa sì che i nostri occhi si incrocino e dopo qualche tempo non vogliano più farlo?
Ritengo non esista risposta, così come non esistono risposte alle domande più importanti della vita.
Se è vero che biochimicamente l'amore è causato da neurotrasmettitori cos'è che li mette in moto? E soprattutto cos'è che fa sì che all'improvviso, senza una ragione apparente, queste sostanze decidano di scemare lasciandoci davanti agli occhi dell'altro in tutta la nostra miseria che prima gli era celata? Cosa cambia?
Forse la teoria neurologica è un modo di sottrarci alle nostre responsabilità? Presumere che un amore finisca perché qualcosa è cambiato nel cervello dell'altro ci libera da ogni senso di colpa. Non potevamo prevederlo, non potevamo far nulla affinché non accadesse. Siamo vittime del destino e basta. Ci piace pensarlo. Ma il tarlo che rode le nostre viscere è un altro, è il tarlo che tendiamo a zittire e a mettere all'angolo quando viene fuori improvvisamente e scardina tutte le nostre certezze e la nostra autostima.
Quel tarlo che ti sussurra piano che non devi prenderti in giro. Che sai benissimo che è colpa tua. Che sai benissimo che, nonostante i tuoi proclami e le rassicurazioni dalla parte opposta, non hai fatto proprio tutto. Che avresti potuto agire diversamente. Che dovevi smetterla di essere te stesso per agire secondo i dettami di un'improbabile schema che a te sembra essere quanto di meno somigliante ai sentimenti possa esistere, ma che tutti assicurano funzioni.
Che dovevi essere meno disponibile e più menefreghista, così lei non si sarebbe stancata. Che tutto ciò che hai fatto è stato sbagliato, perché l'amore è una guerra e tu ti sei presentato disarmato. E a quel punto non capisci se tutte le persone che stanno insieme da una vita lo facciano perché continuano a fingere dopo tanti anni o se le teorie sono tutte sbagliate.
E a quel punto arriva il demone più feroce e bastardo a renderti la vita un inferno e le notti insonni. Quello che ti suggerisce che non siano state le tue mosse ad essere sbagliate. Ma che sia tu ad essere sbagliato.
Parli con gli altri e nessuno ti dice che è vero. Tutti negano che in te ci sia qualcosa di geneticamente sbagliato che faccia sì che le tue storie non funzionino. Ma tu rifletti da solo nella tua stanza. E rifletti sul fatto che tutte le tue ex, una volta che le hai mollate, ne hanno trovato un altro col quale sono state e continuano ad essere felici. Mentre tu continui a girovagare come un carrozzone di zingari da un'isola all'altra senza mai poter trovare pace. E una volta che avevi deciso che l'isola era quella giusta è arrivata la marea e l'ha sommersa senza darti il tempo di fuggire. Sei rimasto sommerso lì sotto. E non vuoi deciderti a tornare in superficie.

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L'inizio (anedonia cap. 4)


Al principio fu come tutti gli inizi. La conobbi in un bar una sera qualunque nella quale non vi era nulla di nuovo da aspettarsi, una di quelle sere già scritte e vissute mille volte delle quali sai già il monotono finale. Al principio fu come tutti gli inizi. La conobbi in un bar una sera qualunque nella quale non vi era nulla di nuovo da aspettarsi, una di quelle sere già scritte e vissute mille volte delle quali sai già il monotono finale.
E invece quella sera l'universo aveva deciso di mettere in gioco tutto se stesso per creare tra le mille possibili la combinazione perfetta che avrebbe fatto sì che ci incontrassimo, che lei entrasse in quel bar nel quale non era mai stata prima, che i nostri occhi si incrociassero e vedessero gli uni negli altri quello che avevano sempre cercato nei posti sbagliati.
Fu come destarsi improvvisamente da un lungo sonno nel quale, sonnambuli, avevamo scambiato la felicità che stavamo cercando con qualcos'altro, sbagliando mille e mille volte ogniqualvolta ci eravamo illusi di averla finalmente in tasca. Tutto ciò che avevamo attraversato sino a quel momento, ogni singola risata, ogni lacrima versata, ci parve improvvisamente come le emozioni che si provano di fronte a un film quando ci si immedesima coi protagonisti. Ci toccavano per un momento ma non erano parte di noi, scivolavano sulla nostra pelle non riuscendo a penetrare in fondo. Era improvvisamente come se fossimo stati fino a quel momento due bambini che avevano giocato alla vita senza aver ben chiaro cosa questa in realtà fosse.
Iniziò un tormento interminabile di telefonate e sms, iniziò uno stato febbrile e delirante nel quale l'ansia la faceva da padrone, nel quale, al minimo ritardo nella risposta, ci interrogavamo su noi stessi, chiedendoci continuamente se l'altro ci avrebbe trovati sbagliati. Cercavamo infinite conferme pur sapendo che quella sera il destino aveva stretto attorno a noi un cappio inestricabile. Ogni parola sussurrata o ancor peggio scritta scatenava in noi il terrore di venire fraintesi, la paura di aver detto la cosa sbagliata, quella che avrebbe allontanato definitivamente da noi ciò che non sembrava essere una delle mille tappe della nostra vita, ma la destinazione finale.
Le parole fanno paura perché vi è la concezione simil democratica che esse debbano appartenere a tutti. E se è vero che ognuno può esprimere ciò che sente è ancor più vero che non vi sono parole univoche. Ciò che scrivi lascia sempre spazio all'interpretazione altrui, e le metafore servono a celare abilmente ciò che hai dentro e non hai il coraggio di esprimere pubblicamente. O più semplicemente sono messaggi cifrati che invii senza sapere se il destinatario ha la chiave adatta per interpretarli. A volte senza sapere se il destinatario sa di esserlo.
Pubblicavamo canzoni e link chiedendoci se l'altro avrebbe intuito che erano per lui. Sorridevamo della presunzione del mondo quando coloro che non ne erano destinatari agivano come se lo fossero.
Furono giorni distratti nei quali chattavamo per ore, raccontandoci ciò che non avevamo mai detto neanche a noi stessi, furono giorni nei quali anche le regole più ferree che avevamo imposto alla nostra vita vennero spazzate via in un vortice di novità e rinnovamento.
Se le mie ex avessero saputo che parlavo per ore al telefono mi avrebbero lapidato sulla pubblica piazza. Io ero quello che fino a quel momento aveva detestato i telefoni fino a lasciarli spenti per giorni, ero quello al quale dovevano chiedere il permesso prima di chiamare, permesso che veniva tra l'altro quasi sempre negato.
Ora dipendevo da quell'oggetto, stavo sempre attento fosse carico e con la ricezione completa.
Il mio mondo si era completamente capovolto e fu allora che iniziò anche a ruotare su se stesso.

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martedì 31 maggio 2011

Essere amati


Ritengo che nel mondo odierno esista una paura non fondata che parte dall’errato presupposto che chi vuol bene sia più debole. Essere amati è ciò che ci qualifica come individui.

Sin dai primi giorno di vita è essenziale sentire l’affetto di nostra madre, sapere che esiste qualcuno che si prende cura di noi. Siamo esseri indifesi che hanno bisogno degli altri. Da questa consapevolezza innata si sviluppa la capacità di amare e di non far del male agli altri. Non sono discorsi filosofici, ma esistono studi scientifici sul fatto che i neonati preferiscano rinunciare al latte se si rendono conto che all’atto della suzione la loro madre soffre.

Crescendo tale bisogno non solo non cessa ma si arricchisce di nuovi elementi. Essere amati non è più propedeutico alla sopravvivenza della nostra persona fisica, ma a quella del nostro io. Giudichiamo noi stessi sulla base di se e quanto veniamo amati. Il nostro ego, la nostra determinazione, le scelte che compiamo: tutto ha il fine di essere più amati.

Purtroppo il rovescio della medaglia è facilmente intuibile: qualora non ci sentiamo amati tendiamo a ricorrere alla negazione di tale bisogno. La negazione può esprimesi in parole e fatti che neghino il bisogno in quanto tale (“faccio ciò che voglio, non mi importa”) o che siano strutturate in modo da compensare negativamente tale negazione (“siccome non mi sento amato allora odio tutto e tutti”).

La componente narcisistica che ci porta all’impossibilità di concepire di non poter essere amati si trasforma a questo punto in atteggiamenti autolesionisti (anoressia, disprezzo di sé, depressione).

Ciò che a mio avviso è più grave è la paura, più che la consapevolezza, del mancato riconoscimento dell’amore che meritiamo. Questo porta gli individui ad adottare strategie difensive preventive, che nel peggiore dei casi portano a non esprimere il proprio amore per gli altri nel terrore che esso non sia ricambiato.

Moltissimi individui sono immersi in questa paura la cui profondità è difficile da colmare. Mi capita spesso di notare atteggiamenti di attesa di richiesta alle persone alle quali dico di voler bene. Come se l’amare fosse una merce di scambio per la quale dover esigere necessariamente una contropartita. Ciò comporta, ribaltando la visione, che il nostro amore debba venir concesso solo a chi potrà apprezzarlo o permettersi di ricambiarlo con sentimenti o oggetti di pari o superiore valore.

Ritengo che nel mondo odierno esista una paura non fondata che parte dall’errato presupposto che chi vuol bene sia più debole. Come se la capacità di non provare sentimenti fosse sinonimo di forza interiore. Io non provo nulla dunque nulla di ciò che fai o dici potrà distruggermi. È significativo come tale atteggiamento si riscontri sovente proprio negli individui che meno si sentono amati e che quindi esorcizzano il loro terrore di non esserne degni con il negarne l’importanza.

Credo sia errata la visione secondo la quale bisogna essere degno d’amore. È innegabile che esistono individui che, per le loro qualità umane, meritino l’amore incondizionato. Ma è altrettanto innegabile che anche individui che si sono macchiati delle più tremende atrocità (ovviamente non voglio qui riferirmi a situazioni patologiche psichiatriche) lo abbiano fatto in risposta, positiva o negativa, al loro bisogno d’essere amati. Così come è innegabile che non esista un solo individuo al mondo che non ne abbia un altro che possa colmare il suo bisogno di protezione e amore.

In realtà ritengo che chi ha la capacità di esprimere il proprio amore nei confronti altrui sia dotato di un ego più grande e stabile di chi non riesce. Non ha bisogno di conferme perché SA di essere amato. Ma questa è la minoranza della popolazione. Per tutti gli altri è necessario sapere che esiste qualcuno che è disposto ad occuparsi di loro. Che è disposto a colmare il loro bisogno d’amore.

Se vogliamo bene a qualcuno non abbiamo timore di dirlo. Non esiste individuo che non ne sarà gratificato e che non si sentirà più forte sapendo di essere degno dell’amore altrui.

E in quanto a noi, anche se l’amore è e dev’essere gratuito, facciamo in modo di meritarlo.
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martedì 22 febbraio 2011

THE HOLE


Sei davvero rimasta
in quel dannato bozzolo finora?

NEL BOZZOLO

Sei davvero rimasta
in quel dannato bozzolo finora?
Mentre le formiche in fila
si dirigevano obbedienti e schierate
ai loro luoghi si sfruttamento,
mentre gli alti dirigenti
consumavano i loro caffè
coi capelli impomatati,
mentre tutta la gente soddisfatta che conosci
andava a occupare scrivanie che dice di odiare
sei rimasta veramente dentro quel bozzolo?
Alzati e prendi la tua medicina
è ora di dare il tuo contributo al mondo.
Consumare due pacchetti di sigarette per noia è un buon inizio
lo stato ti ringrazia
e auspica siano tutti bravi cittadini come te
ai quali non è tenuto a dar nulla

MAMMA

La tua mamma ti vuol bene
oh si, la tua mamma ti vuole molto bene
ha rinunciato a tutto per te
e tu hai riempito la casa di quadretti
e continui a farle del male
la biancheria è più pesante ogni giorno
forse se ti togliessi dalle palle sarebbe un buon inizio
ma non temere
la tua mamma ti vuole molto bene
non avrà mai il nipotino che sognava
ma cosa vuoi che sia
al confronto di avere un fottuto genio in casa
che sa solo blaterare cose incomprensibili?

RISVEGLIO

Andate tutti a farvi bruciare,
sciocchi mendicanti venditori di fumo
credete davvero che possa cascarci?
Impiccatevi alle vostre promesse
e lasciatemi in pace.

LA TUA AMICA ANA

La tua amica Ana ti vuol bene
la tua amica Ana tiene a te
è l'unica che non vede ciò che sembri
ma ciò che sei
lei sa che non vali granché ma può aiutarti
lei può trasformarti da talpa in libellula
Vuoi davvero che continuino a ridere di te?
Vuoi che continuino a guardarti con quegli occhi pietosi
mentre le scimmie al loro fianco
continuano ad accavallare le gambe
e a fare attenzione che il mascara non sbavi?
Ascolta la tua amica Ana.
La tua amica Ana ti porterà lontano
la tua amica Ana le annienterà tutte
e lei non ha paura di nulla
non c'è ginocchio rotto che possa fermarla
può persino rompere la tua boccetta di diazepam
senza che te ne accorga
la tua amica Ana è onnipotente
credi a lei e il mondo sarà tuo.

I MANGIATORI DI CADAVERI

Noi potevamo darti tutto
avresti uno stipendio
da portare a casa
un marito al quale lavare i panni
al quale non importa nulla
se sei felice o no
saresti una persona rispettabile adesso
tua madre sarebbe fiera di te
in fondo cos'erano le idee e i sogni
rispetto a quello che potevamo darti noi?
Dovevi solo star zitta e darci ragione
smetterla con quell'insana ossessione
di scrivere
tanto non ti porterà mai a nulla
sei convinta davvero che qualcuno ti ammiri per questo?
Sei ridicola da quella parte del fiume
lì non si pesca nulla
i salmoni più belli vengono dalla nostra parte
dovevi solo evitare quella ridicola nuotata
e avresti i cesti pieni anche tu
non sappiamo moltiplicarli come Lui
ma siamo bravissimi a dividerli
in modo che a chi pesca ne tocchino solo le lische.
È troppo tardi per tornare
dovevi star zitta tanto tempo fa

NON ESSERE ALL'ALTEZZA

Noi ti odiamo solo perché sei straniera
o forse per invidia
ma non importa
ci riusciremo benissimo
a farti crollare da sopra quei tacchi che ti costringeremo a portare
riusciremo benissimo a farti credere
di non essere all'altezza
all'inizio ci sputerai
ma poi diventeremo così tanti
che riusciremo a sbatterti con le spalle al muro
e finalmente potremo bruciarti.
Organizzeremo una grande festa in piazza
e saremo lì tutti intorno a te
a dirti che vali solo come passatempo
che sei solo un'illusa
oh, noi lo sapevamo da tanto, tantissimo tempo
e non temere
non ci sarà nessuno stavolta
che terrà la bocca chiusa
e quando ti avremo bruciata per benino
avremo anche la cortesia
di visitare le tue ceneri
dicendo che ci dispiace.

BRUCIA LA STREGA!

Avete sentito?
Bruciano la strega, la bruciano oggi.
Dovrebbero bruciarne più spesso,
così tutti imparerebbero
che non si può fumare per la strada
che non si possono avere pareri discordanti
da quelli del tuo legittimo uomo
che non puoi fargli fare quelle figure in piazza
mentre affermi che lui ha torto
che se sei una sporca comunista devi tenertelo per te
vorrai mica bruciargli il consenso elettorale?
Brucia, brucia la strega.
Lì sopra costruiremo un bel monumento
per ricordare a tutti
che non si può essere diversi senza diventare cenere.

L'ASSENZIO

Oh tesoro
vieni a letto con me
ti darò dieci secondi
di falso piacere
ma in cambio potrò vantarmene per mesi.
Piccola, perchè non vuoi venire con me?
Ti darò l'assenzio e ti dirò che sei bella se proprio ci tieni
per favore,
ne ho bisogno per vantarmi coi miei amici
tu invece
tu non dire niente
se lo sa mia moglie
mi toccherà tenere la patta chiusa per chissà quanti mesi
ma davvero non capisci quanto sia importante
che non si sappia in giro?
Ma davvero non capisci che non posso salutarti in pubblico?
Lo sai che ti trovo bella.
Ma in giro devo dire che non lo sei.
Su piccola, che ti costerà mai?
Il mio narcisismo ne ha bisogno.



SCAVANDO IL BUCO

Dovevi scegliere un posto migliore
e non farlo sotto gli occhi di tutti.
Cosa volevi dimostrare?
Dove vuoi che arrivi, al centro della terra?
È abbastanza profondo perché tu ti ci possa tumulare dentro.
Dici che ti boicottano e che lo riempiono ogni volta che ti distrai?
Ma certo tesoro.
Non puoi restare nel buco.
Altrimenti noi con chi ce la prenderemo?
Come faremo a dirti quanto hai fallito se sei a metri e metri di profondità?
Smettila di scavare quel dannato buco.
Altrimenti non potremo più farti promesse
che non abbiamo intenzione di mantenere
non potremo dirti che ti amiamo
quando la nostra unica speranza è che tu sia
una fottuta lesbica con un'amica compiacente
non potremo far finta che tu sia brava
ogni volta che ci serve un favore da te.
Tesoro, non renderci la vita difficile.
Come facciamo a fotterti se stai lì sotto?


Datemi quella maledetta pala
e toglietevi dalle palle.


Amore, tu non puoi restare lì sotto.
La tua mamma non ne sarebbe felice.

LE VOCI NELLA TESTA


Non hai ancora finito di scavare?
La tua amica Ana ne sarà molto delusa.
Scava quel fottuto buco.
Scava quel fottuto buco e non osare uscirne
finché non sei perfetta.
Gli altri non lo sono?
E quindi non è un tuo problema?
Sbagliato, my darling.
È un tuo problema due volte.
Perché se gli altri non lo sono
e nonostante questo riescono
vuol dire solo che non hai speranze.
Ma se non è così vuol dire che non ti impegni abbastanza.

COS'HAI FATTO OGGI?

Cos'hai fatto oggi?
Cos'hai fatto oggi
a parte aggiungere stupidi file
che non interessano a nessuno
e inseguire palline colorate e contadini?
Sei veramente persuasa che noi possiamo perdonarti?

NON GUARDATEMI.

Piantatela di guardarmi.
Dovevate guardarmi prima non adesso.
Smettete di piantarmi i vostri occhi addosso.
Ogni sguardo è una palata di terra.
Non guardatemi.
Non guardatemi.

LE VOCI NELLA TESTA II

Hai ucciso la tua amica Ana.
Ora non potrà più aiutarti.
Sai che vuol dire, vero?
Vuol dire che la tua mamma piangerà,
che per strada ti prenderanno in giro
che rideranno di te
senza avere la decenza che tu ti sia allontanata.
Scava quel dannato buco e impiccatici dentro.
Non vale la pena rompere un ramo
per farci pendere il tuo cadavere.

NON POTETE ENTRARE QUA DENTRO

Non potete entrare qua dentro
Non potete entrare qua dentro
Non potete entrare qua dentro

IL MURO


Potevi costruire un muro.
Sarebbe stato più gradevole
magari qualcuno vi avrebbe scritto sopra
che ama di bene qualcuna
di cui si dimenticherà l'estate prossima.
Potevi costruire un muro
almeno sarebbe servito ad appoggiarci i motorini sopra
e a farci rimbalzare le pietre.
Cos'è sta fossa che stai scavando?
Tu non ti rendi conto di quanto tu sia ridicola, vero?
Perché vuoi buttarci tutti fuori
dalla tua insulsa vita?
Riempite quella fossa.
Non importa con cosa.
È un insulso al nostro senso estetico.
Abbiamo bisogno che tu stia fuori.
Ne abbiamo bisogno per sentirci migliori di te.
Se sparisci come facciamo a sapere
cosa stai facendo lì sotto?
Come facciamo a dirti che stai sbagliando
se la nostra voce non ti raggiunge?
Esci da quel dannato buco
ti porteremo a una sfilata di bellezze eccezionali
tu le guarderai e poi starai male
e rimpiangerai la tua amica che t'aveva aiutata
e che tu hai ucciso.
Esci da quel buco, maledizione.
Altrimenti come facciamo a convincerti
che è tutta colpa tua?

IL BUCO

Dal fondo della notte
le civette cantano presagi di sventure.
Il mondo ti si avvolge intorno
ma tu non puoi dormire.
Qualcuno passa e ti lancia
qualcosa da mangiare.
I più passano per uno sguardo curioso
e vanno via in cerca di qualcosa di più semplice.
Non si può buttare il tuo cuore
nel pozzo
di una pazza visionaria.




22/02/2011
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martedì 8 febbraio 2011

Anedonia. Capitolo terzo


Anedonia capitolo terzo. Quand'ero bambino nella strada sotto casa mia abitava un tipo particolare. Era un vecchietto curvo, con penetranti occhi e difficoltà nel movimento, che gestiva una piccola bottega di alimentari. I ragazzini lo prendevano in giro ma lui non se ne curava. Lo attribuiva all'entusiasmo giovanile e sorrideva. Di quell'uomo si raccontavano le storie più assurde. Sembrava essere arrivato dal nulla una sera d'autunno. Era apparso in strada e aveva preso in affitto una piccola casa e la bottega. Diceva di chiamarsi Mario e di arrivare dal nord. Mio padre sosteneva che nessuno aveva quell'accento, era convinto che fosse uno straniero venuto a rifugiarsi qui per sfuggire alla giustizia. Nei racconti più romantici del vicinato era un eroe ricercato per crimini politici che era riuscito ad imbarcarsi illegalmente. Qualunque fosse la verità nessuno venne mai a cercarlo. Si alzava ogni mattina di buon'ora, apriva il suo negozio e stava tutto il giorno lì dentro a vendere pane, latte e ogni altra cosa ci si aspetti di trovare in una bottega di quartiere. Questo ufficialmente. Perché si narrava altro di lui. Si diceva che vendesse pozioni magiche alle ragazze per fare innamorare chi pareva loro, che vendesse rimedi per evitare le gravidanze e che poi avesse un tipo di merce molto particolare. Vendeva sogni. C'era chi era pronto a giurare che Mario fosse capace di venderti il tuo sogno più segreto, quello che neanche tu pensavi di possedere. Come fossero fatti questi sogni nessuno me lo disse mai. Io li immaginavo rinchiusi in ampolle come quelle degli stregoni, colorate e fumanti. Bevevi il contenuto della fiala e il tuo sogno si avverava. In effetti il vecchietto parlava spesso di sogni. Uno dei suoi consigli preferiti era: “State attenti a quello che desiderate. Potrebbe avverarsi prima che siate pronti a riceverlo”.
Sosteneva che non ci fosse nulla di irrealizzabile. Detto da un tale che nella vita non aveva trovato di meglio che restare dietro un bancone ad ascoltare continuamente le chiacchiere di chiunque entrasse non sembrava veritiero. Se era vero che ognuno poteva ottenere tutto ciò che voleva, e se era vero che lui aveva scoperto come fare, allora aveva decisamente sbagliato strada. A che serviva aver scoperto i segreti della felicità se poi si restava chiusi in una cittadina di provincia dove alle otto di sera tutti correvano inesorabilmente a casa in attesa del tg? Non ebbi mai modo di chiederglielo, così come non ebbi mai modo di sapere se fosse vero quello che di lui raccontavano in giro. E soprattutto senza aver mai visto nessuna delle sue ampolle contenenti i miei sogni.
Non so perché pensassi a lui in quei giorni. Immagino lo facessi perché tutto era terribilmente destabilizzato e destabilizzante. Avevo un disperato bisogno che qualcuno mi spiegasse come era potuto succedere. Avevo soprattutto bisogno che qualcuno mi spiegasse il perché. Volevo essere assolutamente certo di non avere nessuna colpa, neanche marginale, del crollo improvviso della mia vita.
Anche se continuo a ritenere che nessuno sia innocente a priori. Abbiamo tutti degli errori da cui vorremmo fuggire e li neghiamo. Ci illudiamo di aver fatto tutto il possibile perché così stiamo in pace con la nostra coscienza. Ma sappiamo che non è vero.
Questo era un altro dei tarli che mi rodevano il cervello mentre aspettavo che il maledetto giorno finisse, pur sapendo che l'indomani ne sarebbe arrivato un altro identico a prenderne il posto. La sentenza comune era unanime: io avevo fatto tutto ciò che era in mio potere. Lei stessa andandosene aveva detto che non era colpa mia. Ma io continuavo a non crederle. Non potevo farlo. Perché se era stata colpa mia in qualche modo avrei potuto rimediare. Sono sempre stato persuaso che non vi è nulla al quale non si possa porre rimedio. Ma se non era colpa mia... voleva dire che sul serio tutto era basato su una casualità che mi sgomentava, che non potevo gestire e che era completamente fuori dal mio controllo.
Ma forse è meglio partire dal principio.
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Anedonia. Il secondo capitolo


Anedonia. Il secondo capitolo

La cosa che faceva più male era il tempo che sembrava non trascorrere mai. Non mi ero mai reso conto che un giorno fosse realmente fatto di ventiquattro ore, ciascuna delle quali contava sessanta minuti, suddivisi a loro volta in sessanta lunghissimi secondi.
Non sapere cosa fare delle mie giornate era l'incubo peggiore. E lo era perché dimostrava chiaramente ciò che tentavo di celare disperatamente a me stesso: e cioè che fino a quel momento tutto ruotava attorno a lei, tutto era scandito dai suoi ritmi e dai suoi bisogni, dalle sue risate e dai suoi pianti.
Alzarsi la mattina significava semplicemente attendere il momento di vedere Clelia, aspettare che chiamasse.
Il telefono giaceva ora chissà dove. Potevo lasciarlo tranquillamente a casa per giorni. Gli unici messaggi erano quelli dell'operatore che mi avvertiva che mi erano stati scalati i soldi della promozione che mi ostinavo a mantenere. Non voglio dire che non avessi amici o altre donne da chiamare. Solo che avevo deciso di non farlo.
Volevo restare solo. A dire il vero avrei voluto chiudere gli occhi, svegliarmi molto dopo e scoprire che era un incubo. O, in alternativa, chiudere gli occhi per non riaprirli più. Non aveva più un senso alzarsi di mattina. Alzarsi per fare cosa? Per continuare ad aspettare sms che non sarebbero mai arrivati. Per continuare a tormentarsi chiedendosi perennemente dove fosse in questo momento, cosa stesse facendo.
E soprattutto chiedendosi se era riuscita a cancellarti definitivamente dalla sua mente, se ti vedesse come un'ombra che si allontanava ogni giorno di più o se continuasse ossessivamente a pensarti ogni giorno. Anche solo una volta al giorno.
Se ricordava qualcosa che avevi fatto per lei e te ne fosse ancora grata. O se avesse cancellato tutto, come se tu non fossi mai esistito.
Sapevo che non era possibile. Lo sapevo perché mai ero riuscito a eliminare totalmente il pensiero di qualcuna. Forse non ricordavo il volto, o ancora di più il nome, di chi mi aveva tenuto compagnia per una sera. Ma ero e resto convinto che non si possa dimenticare chi ti è stato accanto per un anno. Ce l'hai scritto nella memoria e lì resta. Puoi esorcizzarlo con la rabbia, ma non riesci a smuoverlo.
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lunedì 8 novembre 2010

L'abbandono


Ti aspettavo ogni sera, quando rientravi quasi sempre stanco e incazzato. Ti venivo incontro festosa, anche quando tu mi degnavi a malapena di un saluto... Ti aspettavo ogni sera, quando rientravi quasi sempre stanco e incazzato. Ti venivo incontro festosa, anche quando tu mi degnavi a malapena di un saluto. A volte stavo per ore in un angolo, perché capivo che la mia presenza in quel momento ti infastidiva, perché avevi problemi più gravi ai quali pensare, perché alla fine io riuscivo a cavarmela da sola e non volevo darti ulteriori pensieri. Ti amavo, molto. Ero felice quando uscivamo insieme e gli altri mi salutavano come se fossi realmente un pezzo importante della tua vita. Quando andavamo fuori città, giocavamo a rincorrerci, alla fine finivamo sempre abbracciati sull'erba. Sempre quando gli altri non ci vedevano, perché altrimenti per te non sarebbe stato dignitoso. Ero felice che tu avessi scelto me, pensavo di essere la più fortunata della terra. All'inizio mi accarezzavi sempre, eri felice quando dormivo accanto a te, mi facevi decine di foto che pubblicavi fiero dei commenti. Un giorno cambiò tutto. Cambiasti tu. Tornavi a casa serio e mi trattavi quasi come se fosse un fastidio. Io però ti capivo e cercavo di disturbarti il meno possibile. Credevo sarebbe passata e che saremmo andati di nuovo insieme al mare. Invece al mare ci andasti da solo. Mi lasciasti sull'autostrada chiedendomi perdono. E io ti perdonai. Mi giurasti che saresti tornato a cercarmi. Non tornasti mai più. All'inizio pensai che fosse stata colpa mia. Forse ero troppo rumorosa. Forse la casa era troppo piccola per tenere anche me. Restai ai bordi di quella strada mangiando ciò che capitava, nell'attesa che tu potessi mantenere le tue promesse. Spero che tu non ritorni mai più. Perché se prima ti avrei accolto scodinzolando e con la gioia negli occhi adesso ti ringhierei contro e ti morderei nelle tue parti basse. Nel periodo nel quale sei stato cieco avevi bisogno di me. Avevi bisogno di qualcuno che ti guidasse, che evitasse che andassi a sbattere camminando, che le auto ti investissero. Adesso che i tuoi occhi vedono di nuovo anziché comprarmi una nuova cuccia e un collare più bello mi hai abbandonata. Perché adesso che non hai più bisogno di me non ha senso tenermi. Perché così puoi andartene in giro senza avere la preoccupazione di chi a casa aspetta che torni. E poco importa se io avevo creduto a tutte le tue promesse, se avevo aspettato sul ciglio di quella strada che tu tornassi a riprendermi. Se avevo fatto di tutto per non essere mai un peso, trattenendo il peso delle lacrime quando la vescica mi scoppiava anziché bagnarti i pavimenti. Poco importa che ti avessi consolato quando eri triste, che avessi allontanato le persone che parevano minacciarti. Ieri sei passato di qui. Avevi un nuovo cane accanto a te. Spero non creda nulla di tutto ciò che gli prometterai. E che ti azzanni nel sonno, proprio quando chiudi gli occhi tranquillo perché sai che lui è lì a proteggerti Leggi tutto...